RVArtstudio è lieto di proporre, a tutti gli amanti della fotografia analogica, due workshop incentrati sulla tecnica di stampa su carta salata e sulla tecnica alternativa del negativo di carta.

Le iscrizioni sono aperte anche a singoli partecipanti!

LA CARTA SALATA – Programma workshop
 
IL NEGATIVO DI CARTA – Programma workshop
 
COSTI DI PARTECIPAZIONE WORKSHOP FOTOGRAFIA
COSTI DI PARTECIPAZIONE WORKSHOP FOTOGRAFICI – PDF
 
 
Breve introduzione agli argomenti trattati
 
La stampa su carta salata (e la calotipia), ideata da William Henry Fox Talbot, a cavallo tra la prima e la seconda meta del XIX secolo, è stata la prima tecnica di stampa fotografica su carta della storia basata su di un metodo rivoluzionario che prevedeva l’utilizzo, in fase di ripresa, di un supporto di registrazione (il negativo) potenzialmente riproducibile all’infinito attraverso la stampa positiva su carta.
Nello stesso periodo, in Francia (1839), si rese ufficiale l’invenzione del dagherrotipo (nato dalle sperimentazioni e dalle intuizioni di Louis Jacques Mandé Daguerre in collaborazione con Joseph  Nicéphore Niépce) una tecnica fotografica assai raffinata che permetteva di ottenere, su lastre argentificate, un’immagine positiva diretta. La lastra, resa fotosensibile  mediante l’esposizione a vapori di iodio, una volta esposta nell’apparecchio fotografico, era sviluppata con vapori di mercurio, rivelando un’immagine di squisita bellezza. Attraverso l’introduzione dell’iposolfito come agente di fissaggio
(dovuta alla scoperta di Sir Jhon Hershel), l’immagine poteva essere stabilizzata e considerata permanente. Nel medesimo anno,  Hyppolite Bayard propose un’altra brillante invenzione: il positivo diretto su carta (proposta apprezzata all’atto della sua presentazione, ma volutamente ignorata per diverse ragioni di conflitto nella vicenda di promozione e sostegno, da parte del governo, dell’opera di Daguerre).
Le immagini prodotte con la tecnica sopracitata, nonostante presentassero caratteristiche  molto  diverse dal dagherrotipo, insistevano sul medesimo principio di non riproducibilità (erano pezzi unici assai preziosi).
Queste due tecniche, tuttavia, pur offrendo risultati davvero mirabili, non andavano incontro alle esigenze di riproducibilità e di larga diffusione dell’immagine fotografica, per tanto, nel corso del XIX secolo vennero prograssivamente abbandonate (nel caso di Bayard, persino dal suo stesso ideatore, che continuò fruttuosamente l’attività di fotografo soprattutto avvalendosi della tecnica presentata da Talbot).
Nello stesso periodo storico, nel corso di un decennio, Talbot mise a punto un nuovo metodo di registrazione dell’immagine, basato sulla produzione di un negativo di carta: una matrice, che sarebbe potuta essere utilizzata per la produzione di un indefinito numero di stampe, tracciando così la strada della metodologia fotografica moderna che noi oggi conosciamo. La tecnica era piuttosto semplice: si utilizzava un foglio di carta per  scrivere di buona qualità, lo si pennellava con una soluzione di argento nitrato e lo si faceva asciugare; per finire, lo si immergeva in una soluzione di ioduro di potassio.
In seguito, il foglio veniva fatto galleggiare in una soluzione di gallonitrato d’argento, quindi lo  si esponeva al sole attraverso l’impiego di un fotocamera.
Dopo lo sviluppo, l’immagine lantente comparsa sulla carta veniva lavata e fissata a fondo.
Una volta ottenuto il negativo, questo veniva sovrapposto ad un foglio di carta con emulsione fotosensibile (precedentemente immerso in una soluzione salina e successivamente pennellato con una soluzione di nitrato d’argento) ed esposto alla luce solare, mediante l’uso di un torchietto da stampa.
Questa tecnica al cloruro d’argento, che nel tempo ha subito innumerevoli modifiche e perfezionamenti, ci permette tutt’oggi di ottenere stampe dai delicati passaggi tonali, caratterizzate da una vasta gamma di intonazioni cromatiche che vanno dal bruno al viola al grigio fumo sino al blu, a seconda della composizione salina dell’emulsione. Oggigiorno, la carta salata è ancora pienamente utilizzabile per i propri fini espressivi; al posto dei negativi calotipici si possono utilizzare normali pellicole piane (opportunamente esposte e sviluppate), oltre che a materiali inkjet come i fogli trasparenti OHP Pictorico e simili studiati appositamente per la creazione di negativi digitali per stampe a contatto su carta chimica. La carta salata, spesso conosciuta unicamente in relazione ai primi disegni fiototgenici di Talbot, viene talvolta erroneamente considerata come una sorta di semplice via d’accesso al mondo delle antiche tecniche, una fugace esperienza per poi veleggiare verso tecniche nobili come il platino palladio.
Tale approccio risulta essere errato, in quanto la carta salata può donare immagini di grande bellezza, presentando, al tempo stesso, una notevole complessità operativa ed empirica (infatti, molte sono le problematiche da affrontare  prima di raggiungere risultati apprezzabili).
Da questo nasce l’idea di proporre un workshop totalmente dedicato a questa tecnica di fondamentale importanza nella storia e nella cultura della fotografia.
 
Il workshop intitolato “il negativo di carta” affronta il tema del negativo cartaceo in chiave moderna e semplicata: non avremo il calotipo, ma semplici fogli di carta da stampa di produzione industriale utilizzati come materiale di ripresa.
Anche se semplice in apparenza, l’impiego dei negativi di carta richiede la conoscenza di diverse nozioni, soprattutto se si vogliono ottenere risultati pienamente stampabili.
I negativi cartacei sono caratterizzati da emulsioni ortocromatiche e presentano immagini di grande nitidezza, con passaggi tonali assai differenti rispetto ai materiali da ripresa pancromatici.
Il negativo di carta politenata può essere utilizzato direttamente per stampe a contatto di ogni genere, oppure, può essere spellicolato o incerato al fine di ottenere immagini più morbide e pittoriche, soprattutto nel caso in cui venga stampato mediante l’utilizzo dell’ingranditore.